Al di là delle competenze che abbiamo, è ormai opinione unanime che il successo – in qualunque campo e a qualsiasi livello – dipende principalmente dalla nostra capacità di gestire le relazioni interpersonali.
Tutto gira intorno ad una semplice domanda: pensiamo sia giusto dare in funzione di quanto riceviamo o riteniamo sia giusto spenderci senza pensare a quanto otterremo in contropartita ?
Anche se entrano in gioco diversi fattori, sostanzialmente, tutto dipende dalla risposta che scegliamo.
Tutto dipende dal rapporto che abbiamo con la “reciprocità”, dal modo in cui viviamo la relazione tra dare e avere. Ovviamente, la reciprocità non riguarda quantità di denaro, prodotti, beni da portare a casa in confronto al prezzo pagato. E’ qualcosa di diverso e di più intimo. Si tratta dell’atteggiamento intrinseco, del naturale e spontaneo approccio alle relazioni, quale risultato della combinazione fra il proprio essere e, in senso lato, l’educazione ricevuta.
Per marcare una differenza di atteggiamento e di approccio fatta al solo scopo di indicarne il profilo che aiuti a comprendere il significato di reciprocità – si sa che non esiste il tutto bianco o il tutto nero – si possono delineare principalmente due tipi di guida: il #taker e il #giver.
I taker sono coloro che vogliono ricevere più di quanto sono disposti a dare. Sono coloro che, in perenne competizione, antepongono i propri interessi a quelli altrui, convinti di doversi prendere cura in primo luogo di se stessi perché nessuno lo farà per loro. Per il taker le relazioni sono quasi sempre sfide all’OK Corral.
I giver hanno un approccio diametralmente opposto: si concentrano su quanto possono dare agli altri, di come possono essere d’aiuto piuttosto che concentrarsi su quanto possono ricevere.
Mentre il taker studia la strategia per portare a casa più di quanto deve concedere, il giver non fa alcun’analisi costi-benefici. Il giver mette a disposizione il proprio tempo, le proprie competenze, le proprie idee, le proprie relazioni senza calcoli di convenienza.
Facile comprendere come nella società occidentale, soprattutto nel mondo del lavoro, dove l’equlibrio dare/ricevere viene influenzato da più fattori e le dinamiche sono spesso fra loro contrastanti, i giver siano quasi mosche bianche. Ed è per questi motivi che, in questo ambito, si è fatta largo una figura intermedia – il #matcher – la cui strategia è quella di combinare le due posizioni precedenti, pareggiando i conti.
Comunque, proprio perché non esiste nei fatti una netta demarcazione fra queste figure, è possibile che una persona si comporti da taker quando deve tutelare i propri interessi, diventi giver quando deve formare un collaboratore e si trasformi in matcher quando deve condividere le competenze con un collega. In ogni caso, a prescindere dai calcoli di convenienza, ognuno è portato a mantenere il proprio stile primario di reciprocità perché essere taker o giver è principalmente un’attitudine relazionale personale, un habit che, soprattutto a lungo termine, fa la differenza.
Ma esiste uno stile vincente ? Dipende.
A prima vista, potremmo essere portati a pensare che lo stile più vantaggioso sia il taker, ma questa sarebbe una conclusione frettolosa e superficiale.
Commetterebbe infatti un grave errore chi valutasse troppo precipitosamente l’eccessiva affidabilità e disponibilità del giver come ingenuità di chi si fa mettere i piedi in testa. Nelle organizzazioni – e nel mondo del lavoro in particolare – c’è un elemento fondamentale da considerare: il fattore tempo.
Intendiamoci: il taker e il matcher sono performanti, i dati lo dimostrano. Ma quando è il giver a raggiungere il successo si verificano effetti collaterali magici proprio perché, nella stessa unità di tempo, i comportamenti e le azioni poste in essere dal giver hanno prodotto effetti positivi anche in altri campi, ed è solo allargando la visione concettuale senza rimanere focalizzati sul singolo obiettivo che possiamo comprenderne il significato.
Preliminarmente, bisogna superare la distorta convinzione limitante secondo cui essere affidabile, altruista e gentile equivale ad essere debole. A meno che il mondo non finisca domani, non vince sempre chi urla di più, nemmeno se al momento così sembra. E il potere della gentilezza, nelle organizzazioni di qualsiasi tipo, è un valore.
In più, non è automatico che colui che si dimostra disponibile e gentile debba per questo perdere di vista l’obiettivo. I giver hanno ben chiaro ciò che vogliono, solo che lo perseguono con una strategia diversa e molti vantaggi, forse apparentemente meno immediati e non afferenti direttamente il singolo obiettivo, ma di portata strutturale, si vedono con il tempo.
Quando a vincere è un taker, c’è sempre qualcuno che perde qualcosa. Il modo con il quale il taker raggiunge il risultato a volte stride con l’ambiente, con la filosofia aziendale, con il credo delle risorse interne, genera invidia, trasmette arroganza e consente la maturazione di atteggiamenti contrastanti.
Quando invece a vincere è un giver, si genera una risonanza fra i colleghi, nell’ambiente, nel clima aziendale, nei collaboratori. Le persone fanno il tifo per il giver che, così facendo, crea valore: economico, finanziario e – cosa più importante – umano e relazionale.
Mentre i taker vincono nonostante il loro atteggiamento, i giver vincono grazie al loro atteggiamento. Ed è questa la garanzia del successo a lungo termine, l’unico modo con cui le aziende possono sopravvivere a se stesse.
Meglio raggiungere l’obiettivo lottando contro gli ostacoli o grazie all’aiuto di persone che credono in te ? Randy Komisar, venture capitalist americano, sostiene che “vincere è più facile se tutti vogliono che tu vinca: se non ti fai nemici, vincere è più facile.”
Concretamente, la leadership del giver è davvero magica: non si impone, si lascia scegliere da chi volontariamente vuole. Chi decide di seguire il giver ha fiducia che ogni sua decisione sia presa nell’interesse di tutti (e quindi anche nel proprio) e matura la convinzione di contribuire a qualcosa di grande.
Il giver non è un motivatore. Sarebbe riduttivo. Il giver è molto di più: è un whistleblower, un risvegliatore, un ispiratore, un modellatore del ‘perché‘. Il giver riesce a trasferire ai propri uomini il perché dell’azienda intercettando il loro, genera fiducia, costruendo quello spirito di appartenenza che garantisce unità e sicurezza in tutta la squadra.
In quanto esseri umani, abbiamo bisogno di vivere questa sensazione. Per questo il giver realizza una magia che si protrae a lungo termine.
E’ una questione culturale. In Italia, ci sono esempi di aziende guidate da pragmatici realisti visionari, ma c’è ancora molto da fare. La buona novella è che la scintilla dell’illuminazione può partire da chiunque e a qualsiasi livello…e così si può imparare a danzare “on a dry salt lake”.
Pura utopia ? Qualcuno sostiene di sì, ma la storia è piena di persone che, grazie a quella che altri avevano definito pazzia, hanno realizzato ciò che avevano già visto nella loro mente, contribuendo in modo molto concreto ad un sostanziale miglioramento delle condizioni di vita dell’umanità.
Forse conviene rincorrerla la nostra utopia. O no ?
L'utopia è là nell'orizzonte. Mi avvicino di due passi e lei si allontana di due passi. Cammino 10 passi e l'orizzonte si sposta di 10 passi. Per tanto che cammini non la raggiungerò mai. Ma allora, a che serve l’utopia ? Ad andare avanti !
Eduardo Galeano